La sindrome dell’ovaio policistico, tradizionalmente nota come PCOS (Polycystic Ovary Syndrome), interessa 170 milioni di donne in età riproduttiva.
A maggio 2026 è stato proposto un aggiornamento terminologico che introduce la denominazione PMOS (Polyendocrine Metabolic Ovarian Syndrome), con l’obiettivo di descrivere in modo più accurato la natura multifattoriale della sindrome.
PCOS e PMOS: perché la ridefinizione
La revisione da PCOS (sindrome dell’ovaio policistico) a PMOS (sindrome ovarica poliendocrino-metabolica) nasce dall’esigenza di superare una definizione considerata troppo limitata e poco accurata.
Il termine PCOS, infatti, pone l’attenzione principalmente sull’ovaio, mentre le evidenze cliniche più recenti indicano chiaramente che la sindrome coinvolge in modo rilevante anche il sistema endocrino e quello metabolico.
La ridefinizione mira quindi a:
- evidenziare la natura sistemica della sindrome, che non riguarda solo le ovaie, ma coinvolge anche ormoni, metabolismo e salute generale
- ridurre la confusione legata al termine “ovaio policistico”, dato che non tutte le persone con la sindrome presentano ovaie policistiche all’ecografia
- riconoscere meglio la grande variabilità dei sintomi e delle manifestazioni cliniche
- favorire un approccio diagnostico più ampio e completo.
Sintomi della PMOS
La grande variabilità dei sintomi è una delle ragioni che ha portato alla ridefinizione ufficiale della sindrome.
Le manifestazioni dell’ovaio policistico (ora PMOS), infatti, possono variare sensibilmente da persona a persona e coinvolgere, in modo interconnesso, aspetti ginecologici, ormonali, metabolici e psicologici, riflettendo la natura complessa e sistemica della condizione.
Tra i sintomi più comuni:
- Ciclo mestruale irregolare: mestruazioni poco frequenti, assenti o imprevedibili, dovute a un’ovulazione non regolare.
- Iperandrogenismo: acne persistente, irsutismo (aumento di peli su viso o corpo) e, in alcuni casi, diradamento dei capelli.
- Ovaie con aspetto policistico: all’ecografia possono essere presenti molti piccoli follicoli. Non si tratta di cisti patologiche.
- Alterazioni del metabolismo: può esserci insulino-resistenza, che rende più difficile mantenere il peso e aumenta nel tempo il rischio di diabete di tipo 2.
- Difficoltà di concepimento: l’ovulazione irregolare può rendere più difficile il concepimento, ma non comporta infertilità.
- Ansia, stress e alterazioni dell’umore: alcune persone possono sperimentare ansia, umore basso o stress, anche a causa della gestione dei sintomi nel tempo e del loro impatto sul corpo e sull’immagine personale.

Trattamento: un approccio sempre più integrato
La gestione della sindrome dell’ovaio policistico (ora PMOS) non si basa su una terapia unica, ma su un approccio personalizzato e multidisciplinare, che tiene conto della sua complessità.
Negli anni, il trattamento si è progressivamente spostato da una gestione focalizzata soprattutto su ciclo mestruale e sintomi androgenici a una visione più ampia, che considera anche gli aspetti metabolici e il benessere generale.
L’evoluzione concettuale verso PMOS rafforza proprio questa visione: non più una condizione “solo ovarica”, ma una sindrome sistemica che richiede una presa in carico globale della persona.
Oggi la gestione può includere:
- Interventi sullo stile di vita, con alimentazione equilibrata e attività fisica regolare, fondamentali soprattutto per migliorare la sensibilità insulinica e il metabolismo
- Terapie ormonali, come i contraccettivi combinati, utilizzati per regolarizzare il ciclo e ridurre i segni di iperandrogenismo
- Terapie per la resistenza insulinica, quando indicate, per migliorare il profilo metabolico
- Supporto alla fertilità, nei casi in cui sia necessario favorire l’ovulazione o ricorrere a tecniche di procreazione assistita
- Supporto psicologico, sempre più riconosciuto come parte integrante della presa in carico
Conclusioni
L’ovaio policistico (ora PMOS) è una condizione complessa e multifattoriale, che coinvolge in modo integrato sistema endocrino, metabolismo e salute riproduttiva.
Il cambio di denominazione risponde proprio alla necessità di superare una visione riduttiva, per adottare un modello più accurato e completo della sindrome. Un passo importante che riconosce l’interazione tra i diversi sistemi coinvolti e riflette meglio la reale complessità clinica della condizione, con l’obiettivo di migliorare comprensione, diagnosi e consapevolezza.